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LA MAFIA DENTRO DI NOI, LA MAFIA FUORI DI NOI.

22.07.2023


di Elio Petri del 1967, tratto dall'omonimo capolavoro letterario di Leonardo Sciascia, è a mio parere una pietra miliare del cinema italiano e il miglior film girato sulla mafia.
Mai più, per me, la mafia sarà raccontata come in questo film, impreziosito dalle meravigliose musiche di Louis Bacalov. Nessun altro film quanto questo avrà la capacità di descrivere il "Fascino malefico" della mafia; e tutto ciò senza bisogno di mostrare alcuna violenza. Perché in fondo è mafia anche lo stare quietamente e senza costrizioni con il più forte; accettare, anche per maledetto bisogno, di barattare i propri ideali, i propri principi in cambio di un qualche aiuto; ritenere ciò un destino ineluttabile; ed è così che la mafia è già dentro di noi prima ancora che fuori di noi: è nell'aria che respiriamo tutti i giorni; nella rassegnazione e nell'accettazione di una realtà fatalmente destinata a restare immutabile. E tutto questo il film lo sbatte in faccia come acqua gelata. Già con il fulminante dialogo a inizio film, in una alba siciliana di luce e di morte, tra Roscio e Manno andati a caccia, con il primo che nella campagna deserta dice: "A me la sicilia piace a quest'ora", e il secondo che risponde: "Vuoi dire che ti piace la Sicilia senza i siciliani".

E così comprendi cos'è la mafia nella sua essenza; come questa vive di compromessi, di eterna accettazione della "legge del più forte", di silenzi, di ricatti; in una trama inestricabile di rapporti torbidi e omertosi, che destina alla sconfitta ragione e verità.
E infatti il povero professore Laurana (un grande Gian Maria Volontè), intellettuale acuto ma ingenuo, incapace di comprendere "come va il mondo", offuscato dal sentimento verso la donna che lo tradirà perché succube e complice insieme del responsabile dei delitti, avendo intuito l'origine di questi e quindi chi sia a tessere le fila dell'intera vicenda delittuosa, sarà travolto dagli eventi; e alla fine bollato dai conniventi notabili del paese come "Cretino", per avere cercato la verità; quegli stessi notabili in prima fila a godersi lo spettacolo sinistro del trionfo del male, magistralmente descritto nella scena finale del matrimonio del potente avvocato Rosello (uno splendido e diabolico Gabriele Ferzetti) con la cugina, vedova Roscio (la magnifica Irene Papas). Il tutto con la benedizione della chiesa, della politica e dell'intera comunità, pronta a festeggiare i vivi e a dimenticare in fretta i morti.